TALKS SLIDINGDOORS 2016 – GENERAZIONI – ALESSANDRO ROSINA

I RELATORI dell’evento TALKS SLIDINGDOORS

ALESSANDRO ROSINA – #RAPPORTOGIOVANI

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arosina-flyer_smallDocente universitario e saggista. Studia le trasformazioni demografiche, i mutamenti  sociali, la diffusione di comportamenti innovativi.

E’ professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Center for Applied Statistics in Business and economics.

Coordina la realizzazione della principale indagine italiana sulle nuove generazioni, il Rapporto Giovani dell’Istituto G. Toniolo, è presidente dell’associazione InnovarexIncludere e tra i fondatori della rivista online Neodemos.

Ha appena pubblicato Il futuro che (non) c’è (con S. Sorgi, Egea 2016) dove dimostra come la demografia sia strumento efficace per interpretare i mutamenti che rivoluzionano i rapporti tra le generazioni, la vita dei singoli e le loro interazioni.

E’ autore anche di: “Non è un paese per giovani. L’anomalia italiana: una generazione senza voce” (con E. Ambrosi, Marsilio, 2009); “L’Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile” (Laterza, 2013); “Neet. Giovani che non studiano e non lavorano” (Vita & Pensiero, 2015).

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Crescere con le nuove generazioni

Supponiamo che in un paese avanzato cresca enormemente il debito pubblico, non si realizzino politiche che mettono in relazione virtuosa welfare e sviluppo, si facciano sempre meno figli. Tutto questo all’interno di un mondo che cresce demograficamente, con una innovazione tecnologica sempre più rapida, socialmente sempre più complesso ed economicamente più competitivo. Il paese in questione si troverà sempre più a chiudersi in difesa e a perdere la capacità di produrre nuovo benessere con e per i suoi cittadini. Si avviterà, quindi, in una spirale negativa nella quale aumentano i rischi e si riducono le opportunità rispetto alle grandi trasformazioni in atto.

Debito pubblico e bassa crescita, con reazione a chiusura a salvaguardia dei diritti acquisiti, restringono le risorse per gli investimenti pubblici in formazione, ricerca e sviluppo, politiche attive. Si contraggono gli spazi strategici di occupazione per i nuovi entranti, quindi in particolare per le nuove generazioni. Chi ha formazione elevata deve accontentarsi di essere sotto inquadrato, chi ha formazione bassa rischia di rimanere fuori o ai margini del mercato del lavoro. La famiglia di origine accentua il ruolo protettivo verso i giovani, riducendo il rischio di scadimento verso il basso di chi appartiene alle classi più benestanti. Non solo, quindi, peggiorano le condizioni delle nuove generazioni, ma aumentano anche le diseguaglianze sociali. Aumenta il saldo negativo verso l’estero dei più dinamici e qualificati. Chi ha formazione bassa e vive in contesti familiari e sociali svantaggiati, si rassegna. Il fatto che sia inutile darsi da fare e investire sulla propria formazione perché tanto il lavoro non c’è e quando c’è solo chi ha le spinte giuste lo trova, diventa così una profezia che si autoadempie.

La carenza di investimenti in welfare e sviluppo comprimono verso il basso anche il binomio occupazione femminile e fecondità. La riduzione delle nascite produce un processo di «degiovanimento» intenso e rapido, che va ad accentuare l’invecchiamento della popolazione. Crescono quindi gli anziani e diminuiscono i giovani. Avere meno giovani e con più difficoltà a entrare nel mondo del lavoro porta a ridurre la ricchezza prodotta, mentre con il flusso degli anziani in pensione tendono a lievitare spesa previdenziale e sanitaria.

L’incapacità di rendere attive le persone non solo riduce la produzione di nuovo benessere ma fa aumentare anche i costi sociali e porta a un arretramento dei progetti di vita, alimentando una spirale negativa verso il basso di economia e demografia.

Il nodo centrale è quindi la crescita: non tanto “quanta” crescita, ma “quale” crescita. Non si può rinunciare a crescere a meno che non vogliamo condannare le generazioni future a vivere peggio rispetto alle generazioni precedenti. Quello che si può discutere è in che senso e su quali aspetti vogliamo che il futuro sia migliore del presente. I criteri guida non possono più essere semplicemente quelli di aumentare il prodotto interno lordo e i livelli di consumo. Crescere quindi va bene, ma è il modello di crescita che va ripensato nelle sue modalità, nei suoi obiettivi, nei suoi parametri di misurazione. Quello che va favorito è la possibilità che le nuove generazioni siano messe nelle condizioni di fare più e meglio rispetto alle generazioni precedenti. Come opportunità, non certo come vincolo. Ogni generazioni deve giocarsela, mettendo anche in conto la possibilità di fallire in parte, nel cogliere e vincere le sfide del proprio tempo. Ma è doveroso che le generazioni precedenti consentano a quelle entranti di trovare risorse, spazi e strumenti adeguati per trarre il meglio di sé. Se poi non saranno in grado di farlo o non otterranno i risultati sperati dipenderà da loro.

Per gentile concessione dell’autore un estratto da: “Il futuro che (non) c’è. Come costruire un domani migliore con la demografia”, di Alessandro Rosina e Sergio Sorgi, Bocconi editore, 2016.

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Per saperne di più:

Rapporto Giovani 2016 

www.alessandrorosina.it

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